eventi

 

Miracolo a Venezia*

di Alessandro Borgogno - 20/3/2012

Per invitarvi a visitare una mostra attualmente a Roma mi tocca partire da molto lontano, diciamo grosso modo venticinque anni fa.

Ero al Liceo, e si studiava Storia dell’Arte (al Liceo Artistico a volte capita). Eravamo al periodo del Cinquecento veneziano e ci trovavamo a combattere con alcuni pittori “minori” fra i quali Giorgione, Veronese, Tiziano e Tintoretto.

Di Giorgione capivo la particolarità de La tempesta, anche se non riuscivo a coglierne davvero l'importanza capitale (e se devo essere sincero, neanche oggi).

Tiziano mi sembrava il dandy della compagnia, anche perché era comunque quello di maggior successo (un po’ come Raffaello).

All'epoca impazzivo per il Veronese (Paolo Caliari detto il). Ero affascinato dalle sue illusioni prospettiche, dai suoi affreschi che simulavano stanze e arredamenti e balconate e finestre, e consideravo uno dei vertici di tutte le arti la perfetta fusione di architettura e pittura realizzata nelle ville venete del Palladio. Insomma il Veronese era il mio preferito (e non è che sbagliassi... era un grandissimo... per capirci, e per chi c’è stato, sue sono le meravigliose Nozze di Cana che stanno al Louvre di fronte alla Gioconda).

Poi c'era Tintoretto (Jacopo Robusti detto il), che sembrava il più irrequieto, un po’ il cane sciolto della scuola veneziana, il piccolo Michelangelo della compagnia.

E in particolare c’era quel quadro.

Il Miracolo dello schiavo.

Per una delle sue prime commissioni, Tintoretto realizzò questa pittura rappresentando uno dei miracoli di San Marco patrono di Venezia, mentre scende dal cielo a spezzare gli strumenti del martirio (mazze, scuri e altri attrezzi assai delicati) che stanno per essere utilizzati spietatamente nei confronti di uno schiavo condannato.

Lo studiammo e ristudiammo sul libro di Giulio Carlo Argan che era il nostro libro di testo. Difficilissimo da leggere per dei ragazzini come eravamo noi (e assai impegnativo anche oggi). C'era tutta una lunga disamina sull'impostazione teatrale del quadro, sullo sfondamento scenico, sulle tre dimensioni. E poi sul gesto pittorico di Tintoretto, qualcosa che diceva che in lui l'esecuzione andava di pari passo con la creazione. Insomma tutte cose assai affascinanti, che però per qualche motivo non mi prendevano fino in fondo.

Il motivo era semplice ma lo scoprii più tardi. Le riproduzioni dei quadri (a volte per motivi ancora mai chiariti) non restituiscono comunque mai davvero l'effetto dell'originale. Ma in particolare le riproduzioni dei quadri sull'Argan sono sempre state orribili (stampe pessime, colori alterati, definizione oscura). Così quel quadro: lo guardavo e lo riguardavo... sì, va bene... la scena teatrale, quasi con le quinte e il sipario.... sì, l'angelo che scende e sembra entrare nel quadro dall'esterno... sì, la dinamica, i movimenti... quasi un mosso fotografico... tutto vero, tutto bellissimo... ma a guardarlo... sì, d’accordo, bello però... però non riusciva ad apparirmi davvero così straordinario.

Poi finisce il liceo, e Tintoretto è quasi dimenticato. Subito dopo la maturità io e il mio amico Bruno andiamo in giro in vacanza fra treno e autostop e passiamo per Venezia (dormiamo per strada nei sacchi a pelo, all’epoca ancora si poteva). E andiamo alla Galleria dell'Accademia, fondamentalmente per vedere la Tempesta del Giorgione (quasi una delusione) e poi il mio carissimo Veronese.

Ad un certo punto entriamo in una sala che se non ricordo male è piena di Veronese e Tintoretto. E' una sala enorme, ci saranno almeno venti quadri tutti giganteschi, tutti capolavori. Un delirio d’arte pittorica al livello della Grand Galerie del Louvre.

Il fatto è che nella parete grande, proprio al centro, c'è quel quadro.

Ed è un Miracolo autentico.

Rimaniamo inchiodati. E io dico, sottovoce e quasi incredulo "ma... quello è il Miracolo dello Schiavo?... porca puttana!"

Una roba da restare senza fiato.

Immenso, totalizzante, uno squarcio nello spazio. Altro che impostazione teatrale. Quello era cinema, cinema allo stato puro.

Gesti, grida, colori, immagini in movimento.

Sembrava fosse stato terminato da cinque minuti, sembrava quasi che i colori potessero ancora colare dalla tela perché ancora troppo freschi.

Sembrava che la luce della sala venisse da lì e non dal lucernario. E come spesso accade con i grandi capolavori, illuminava e spegneva allo stesso tempo tutti gli altri quadri.

Un vero colpo: ho rivisto in un attimo quattro anni di studio di storia dell'arte, revisionandoli come in fast rewind e rimettendone in discussione molti.

Quell’entrata giovanile nella Galleria dell’Accademia di Venezia è uno di quei rari casi in cui si riesce a fissare in un momento preciso una svolta importante della propria percezione del mondo, perché io so con assoluta certezza che è stato in quel momento che ho capito una volta e per sempre che finché un quadro non l'hai visto dal vivo è come se non l'avessi ancora visto mai.

 

Per me quindi, se c’era bisogno di un motivo, eccone almeno uno per andare a vedere a Roma la Mostra di Tintoretto allestita alle Scuderie del Quirinale fino al 10 giugno. Perché c’è anche quel quadro, il Miracolo dello Schiavo. Uno dei più grandi capolavori della Storia dell’Arte.

Magari non fa la stessa impressione che fa al suo consueto posto veneziano (forse per lui ci vuole uno spazio più grande), e magari non farà la stessa impressione che ha fatto a me ventenne e fresco di studi. Però tutta la sua magnificenza rimane intatta, e merita una visione attenta e concentrata.

Naturalmente non è l’unico motivo per visitare la mostra, anche se garantisco che sarebbe sufficiente. Le sale delle scuderie sono piene di capolavori del maestro Veneziano, fra i più famosi e i più importanti, e l’intera mostra rappresenta un viaggio interessante e coinvolgente nella pittura cinquecentesca e nei suoi percorsi storici.

Ordinata in modo sostanzialmente cronologico, la sequenza ottiene anche l’effetto di presentarci il Tintoretto come un Orson Welles dei suoi tempi. Così come il grande regista si presentò al pubblico con “Quarto Potere” (Citizen Kane) sconvolgendo il racconto filmico, così il Tintoretto sfodera il suo “Miracolo” nei primi anni di carriera. Ed è difficile, se si esordisce con un capolavoro di tale portata, riuscire poi, pur con una carriera assai brillante, mantenere o addirittura superare un simile livello di eccellenza. 

Ciononostante le sue opere successive, fino alle ultimissime poco precedenti alla sua morte, mantengono tutte almeno un motivo di interesse fuori dal comune, un particolare magari decentrato e apparentemente secondario (un gatto che ruba il cibo sotto al tavolo di un’ultima cena, un personaggio misterioso seminascosto che si affaccia da un giardino segreto) che invece ottiene l’effetto di sincopare la visione, interrompere il pathos per qualche istante per poi farlo ripartire. Una vera tecnica da narrazione filmica, ideata e messa in pratica in modo magistrale cinquecento anni prima dell’invenzione del cinema.

E meriterebbero poi comunque la visita e il prezzo del biglietto i due grandi quadri verticali, le Marie in riflessione mistica, piccole e immerse in paesaggi talmente fantastici da risultare iperrealisti. Palme egiziane che sembrano fuochi d’artificio, colline schizzate da strisciate di colore che sembrano moderne ricostruzioni da film d’animazione.

Un grande visionario che torna a visitarci e a parlarci per immagini da un passato talmente ricco di stupefacenti invenzioni da riservare ancora, per chi sa guardare, davvero molte sorprese.

 

Tintoretto
Roma, Scuderie del Quirinale
25 Febbraio – 10 Giugno 2012

 

*citazione fuori contesto, come piacciono a noi: è il titolo di una canzone di De Gregori dall’album “Scacchi e Tarocchi”

Tutti gli eventi