|
|
||
|
film |
|
|
|
La recessione globale, quattro anni dopo di Beppe Giuliano - 1/12/2011 “Too Big to Fail - Il crollo dei giganti è un film per la televisione
del 2011 diretto da Curtis Hanson, basato
sull'omonimo best-seller di Andrew Ross Sorkin, giornalista ed economista del New York Times. Il
film si focalizza sulla crisi economica del 2008, quando la crisi dei mutui
della Lehman Brothers fece crollare Wall Street in un crac finanziario di vaste proporzioni,
dando vita alla recessione globale.” (fonte wiki).
Nelle prossime righe si fa capire come va a finire il film. Nessun
disvelamento, peraltro: lo stiamo vivendo tutti quotidianamente. Ci sono diverse scene chiave in ‘Too big to fail’,
un film che deve essere visto, giusto per confermarci quanto sia difficile la
nostra situazione oggi, quattro anni dopo, e quanto poco sia cambiato, non
necessariamente in meglio. La scena finale, innanzi tutto. Un William Hurt
“too great to award”
guarda enigmatico fuori dalla finestra, mentre si complimentano con lui
(interpreta l’allora responsabile del Tesoro Usa Paulson)
per lo storico accordo in cui ha costretto le grandi banche ad accettare
l’iniezione di finanza pubblica. E poi le sovraimpressioni che con crudeltà ci
spiegano come è andata davvero a finire. Prima, lo stesso William Hurt, in una
scena privata che ne svela lo spessore umano e il travaglio, quando in una
ennesima notte insonne combatte la tentazione di prendere le (blande)
pastiglie lasciategli dal suo assistente, e le getta poi nel water, lui
cristiano scientista che non può accettare la debolezza farmacologica. O Geithner (allora Presidente della
Fed niuiorchese), l’attore Billy Crudup,
che al telefono confessa il suo perplesso stupore: sa che l’intero sistema sta
per crollare ma i suoi concittadini che incrocia mentre a mattino presto fa jogging,
gli appaiono del tutto ignari e inconsci del disastro imminente. E le varie trattative. La gentile, ferma e sprezzante
inflessibile superiorità dei negoziatori coreani incrociata alla cialtroneria
degli americani che riescono nell’impresa di farsi sfuggire l’opportunità di
vendere Lehman evitando il crac prossimo (tutto il mondo occidentale è paese,
dunque) piuttosto che le telefonate al demiurgo in pantofole Warren Buffett,
che decide se salvare o meno una banca mentre sparecchia il tavolo del fastfood in cui ha mangiato con le nipotine (lo interpreta
Ed Asner, parte di un cast stellare con James Woods,
Paul Giamatti e tanti altri). O la notevole assenza, in momenti di scelte cruciali, del
Presidente (allora era George dabliù) - da noi
ritenuto potentissimo - della nazione più potente del pianeta. Un’assenza che,
unita ad alcune ricorrenti presenze (i grandi banker,
il governatore Bernanke, il citato Buffett) ci dice
chiaramente quanto siano diverse le figure di chi appare detenere il potere e
di chi, invece, davvero ce l’ha. E davvero decide, per tutti. Dall’alto di enti “troppo grandi all'interno delle rispettive economie perché possano essere privati dell'intervento pubblico in caso di rischio di bancarotta”, troppo grandi per fallire. Cosa che chi non è too big continua invece tranquillamente a fare. Too Big to Fail,
di C. Hanson |
||